Posso misurare il moto dei corpi, non l'umana follia    (Isaac Newton, 1643 - 1727) DOVE SONO?
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Dove Sono?
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Mi chiamo Giovanna, sebbene da qualche mese io stessa stenta a riconoscermi, e ho 37 anni, ma forse ne dimostro 73: mi sento profondamente triste, scoraggiata, svuotata, quasi disperata, in una situazione che potrei definire di "dolore morale". A questi sentimenti si accompagna un'ansia pervasiva ed un'angoscia insostenibile.
Tanta gente, soprattutto chi mi vuole bene, mi esorta ad uscire dal tunnel con la sola forza di volontà, dedicandomi a ciò che più mi piace fare. Questo non fa altro che spingermi ulteriormente all'interno di questo tunnel buio ed apparentemente senza uscita.
E già ..... perchè la mia incapacità di produrre anche un minimo sforzo genera in me gravi sentimenti di colpa ed autosvalutazione. La verità è che non riesco a provare piacere nemmeno in quello che mi è sempre piaciuto fare; tantomeno poi riesco a provare interesse per le normali attività, anche a causa di una preoccupante mancanza di concentrazione e di memoria, una progressiva perdita di iniziativa ed una evidente incapacità a prendere decisioni. Ultimamente comincio a percepire il mio stesso corpo come un pesante macigno che sono costretta a trascinarmi.
Il profondo vuoto che mi pervade è un tormento soprattutto al mattino, quando mi sento già stanca ed inutile e ciò che vedo davanti ai miei occhi è un muro nero, altissimo ed invalicabile.
All'inizio non ho pensato di consultare alcun medico, credendo che si trattasse di una moltitudine di sensazioni passeggere; poi, però, quando tutto è diventato per me insopportabile, ho deciso di affidarmi ad uno psichiatra. Egli mi ha spiegato che la mia "inesistenza" non è uno stato d'animo, bensì una malattia complessa e poco compresa dagli altri, perchè non tangibile fisicamente, ma curabile con pazienza e costanza. Il suo nome è DEPRESSIONE.
 
La frequentazione dell'ambulatorio psichiatrico ha contribuito a farmi conoscere altre persone in difficoltà e, insieme a loro, altre realtà: non so se più o meno dure della mia, senz'altro diverse.
Sono rimasta impressionata dalla storia di Carlo, un ragazzo di 19 anni un po' grassoccio e dagli occhi dolci, ma a volte fissi e persi verso un infinito carico di misteri.
Mi ha raccontato che da piccolo era molto socievole e a scuola era sempre tra i primi della classe. A circa 16 anni, però, cominciò ad avere sbalzi d'umore con tendenza all'isolamento. Con il passare dei giorni trascorreva sempre più tempo chiuso nella propria camera ed iniziò una sorta di incomunicabilità sia con la sorella che con i genitori. Nel frattempo il problema era sottovalutato, poichè il papà e la mamma pensavano dovesse trattarsi di una "normale" crisi adolescenziale. Un po' alla volta anche il rendimento scolastico cominciò a ridursi drammaticamente ed i rimproveri degli insegnanti per i suoi ritardi mattutini erano da lui interpretati come una scusa per cacciarlo dalla scuola, così come gli amici avevano cominciato ad evitarlo e, Carlo pensava, parlavano male di lui alle sue spalle.
Improvvisamente un fatto nuovo, mai sperimentato, si presentò nella vita di Carlo: cominciò ad avvertire nella sua testa delle strane voci, che, mentre all'inizio gli procurarono delle preoccupazioni, con il passare del tempo egli cominciò a riconoscere come familiari ed innocue e talvolta si fermava ad ascoltarle.
Trascorrevano i mesi e le voci diventavano sempre più fastidiose, generandogli confusione: erano voci misteriose ed inquietanti che gli parlavano di terroristi, agenti segreti, microspie, telecamere a circuito chiuso. Poi un giorno il suo spavento si trasformò in terrore quando le voci gli rivelarono informazioni terribili. Carlo cominciò ad urlare alla ricerca di aiuto. Fu così che, ad un tratto, insieme ai suoi genitori, vide in casa sua un medico, degli infermieri, la polizia. Per il medico la diagnosi era chiara: si trattava di una SCHIZOFRENIA PARANOIDEA. E Carlo in pochi minuti si trovò in un'ambulanza che l'avrebbe portato in ospedale per essere curato e liberato dai mostri che albergavano nella sua mente.
 
Roberto, invece, è un uomo di 40 anni. All'inizio in verità mi ha colpito principalmente per il suo fisico prestante ed i lineamenti decisi del volto. Ma dietro quella corazza si celava una persona con una particolare fragilità, figlia certamente di un antico disagio psichico.
Lui, con discreta ironia, definisce il suo umore "ballerino", ma questa definizione non rende veritiero il quadro di una vita quasi sempre trascorsa tra il basso e l'alto, tra il freddo polare ed il caldo tropicale, tra il buio profondo dove non vedi nulla e la luce abbagliante che non ti fa vedere nulla.
Roberto mi ha raccontato che per lungo tempo il suo umore è stato costantemente depresso e che per carattere si è comportato sempre come una persona timida, riservata e scrupolosa, con un grande senso del dovere. In età post-adolescenziale, all'improvviso, ha cominciato a diventare irritabile, litigioso, preoccupato di essere oggetto di pettegolezzi. Inoltre non riteneva di aver bisogno di dormire, perchè si sentiva pieno di energia da profondere nelle più svariate attività. Cominciò anche ad essere logorroico, a spendere molti soldi per comprare cose superflue o inutili. Ricoverato presso un reparto psichiatrico, fu curato farmacologicamente e, dopo circa tre mesi dalla dimissione, la sintomatologia scomparve del tutto.
Per quasi un anno Roberto mantenne un ottimo equilibrio psichico, ma successivamente il suo umore cominciò nuovamente a calare di tono con stanchezza e svogliatezza, trascorrendo la maggior parte della giornata a letto. Da allora Roberto ha alternato e sperimentato più volte le due "polarità opposte" dell'umore, anche se oggi, con una diagnosi certa di DISTURBO BIPOLARE DELL'UMORE (la vecchia Sindrome Maniaco-Depressiva), può curarsi in maniera più appropriata.
 
 
Tra i pazienti conosciuti in questi mesi quello con cui ho riscontrato alcune affinità è una donna quarantaquattrenne, Marina, dall'aspetto bello e assai giovanile. Marina mi parla di una madre ansiosa ed una sorella depressa. All'età di 24 anni ha avuto il primo ATTACCO DI PANICO, che si è manifestato con una forte paura di svenire, vertigini, tremori, nausea, palpitazioni, senso di soffocamento.
Lo stesso tipo di crisi si è riproposto altre volte successivamente e, in una di queste, ha addirittura avuto l'impressione che potesse morire d'infarto.
Pian piano ha iniziato a mettere in atto strategie, consistenti in condotte di evitamento, cercando di non incontrare conoscenti per il disagio che avrebbe potuto arrecarle quel violento malessere, oppure cercando di posizionarsi nei pressi dell'uscita quando si trovava in un luogo chiuso, fino a non uscire più di casa anche se accompagnata. Solo una volta, in quel periodo, si era fatta convincere dai familiari ed aveva provato ad uscire, ma questa si era rivelata un'esperienza assolutamente negativa a causa di fastidiosissime sensazioni vertiginose che le procuravano un'intensa agitazione per la paura di cadere o di sentirsi male. Solo il ritorno a casa fu per lei tranquillizzante.
Ora è un po' di tempo che Marina non ha attacchi di panico, ma il terrore che all'improvviso questi si possano ripresentare la spinge comunque a frequentare l'ambulatorio psichiatrico.